La vita tormentata dello straordinario musicista Osvaldo Pugliese all’interno del nuovo appuntamento con la Grande Milonga della Gioia

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“Il tango deve essere sempre interpretato nei termini delle emozioni umane. Ha una voce umana. Dobbiamo produrre un suono che esprima esattamente quelle emozioni. È necessario lottare costantemente per l’auto rinnovamento fino a trasformarsi in uno strumento che stia in armonia con le voci del paese. Non possiamo fare le stesse cose che facevamo dieci anni fa. Dobbiamo trovare sempre qualcosa di nuovo; dobbiamo pensare sempre al domani”. Queste le parole che Osvaldo Pugliese rivolgeva alla sua orchestra.

Ospite della serata, Paolo Gaspari Morokal Tango Dj, che intratterrà prima gli amici con i suoi racconti " PICCOLE STORIE DI TANGO", per l'occasione, dedicate al Grande Maestro Osvaldo Pugliese. Il tango deve essere anche narrato, per conoscere la storia di chi questa danza la ha fatta e non solo ballata, <<Continua così l'impegno Tango Lab Catania a diffondere la cultura tanghera e a conoscere tutti gli aspetti più' intriganti di questo ballo>>, spiega Francesco Furnari. A Pugliese vengono riconosciute qualità artistiche tali da coniugare sentimento popolare e creatività d’avanguardia, ma anche un alto profilo morale, per l’impegno umano e politico, pagato più volte col carcere, caratteristiche, queste, che ne fanno il direttore d’orchestra più onorato a Buenos Aires, dove nacque il 2 Dicembre del 1905. Il padre Adolfo, operaio e flautista, gli diede le prime lezioni di musica. A nove anni Osvaldo suona il violino ad orecchio e studia piano al conservatorio. A 15 comincia a guadagnarsi da vivere come pianista suonando l’accompagnamento musicale per film muti. Inizia la sua carriera di pianista debuttando al “Café de la Chancha”. Successivamente, si unisce al sestetto di Paquita Bernardo (prima bandoneonista donna). Compie poi un lungo apprendistato in altre orchestre. Nel ’24 compone “Recuerdo”, unanimemente ritenuta una delle più importanti opere della storia del tango. Nel ’29, insieme al violinista Elviro Vardaro, forma il gruppo “Vardaro-Pugliese” che debutta al Café Nacional. Continuano grandi collaborazioni e, grazie alla radiodiffusione, in poco tempo Pugliese raggiunge la fama e diviene anche il beniamino dei sobborghi cittadini: il suo successo, infatti, è un misto di ammirazione musicale e politica. Pugliese era un idealista: egli si considerava un “martillero”, un operaio della musica popolare. Per il mondo del Tango era semplicemente “el Viejo” oppure “el Maestro”. Certo fu maestro di tutti, vecchio non lo fu mai per nessuno, erano in molti a considerarlo eterno, <<o una settimana meno>>, come diceva Macedonio Fernandez. Osvaldo Pugliese ha vissuto più a lungo di tutti gli altri grandi maestri e aveva fatto della longevità musicale un’arte, non esiste un tango che non gli sia passato tra le dita. Oltre che nelle sue composizioni, infatti, l’arte di Pugliese la si trova in una serie infinita di arrangiamenti, con i quali ha reso ineguagliabili interpretazioni di pezzi quali: “A Evaristo Carriego”, “Mala junta”, “Desde el alma”, “Gallo ciego”, “Zum”, “Los Mareados”, “La Mariposa”. In un percorso musicale durato oltre 70 anni, la sua arte ha saputo ispirare numerose orchestre e conquistare i cuori di quattro generazioni in numerosi concerti in patria, ma anche in due importanti tour mondiali. Per anni i fans di Pugliese, alla fine dei suoi concerti, lo hanno salutato al grido di “Al Colòn! Al Colòn!”. Il Teatro Colòn è il più famoso teatro argentino, tempio culturale riservato esclusivamente alla musica classica. Nel 1985 Pugliese ottiene finalmente la consacrazione ufficiale, suonando al prestigioso Colòn, in un concerto rimasto memorabile. Osvaldo Pugliese è morto a Buenos Aires il 25 Luglio del 1995: al suo funerale echeggiavano le note de “La Yumba”. L’Orchestra di Pugliese fu sempre considerata la migliore orchestra di tango del mondo. Solo i ballerini più esperti osavano ballare Pugliese, gli altri si sedevano ad ascoltare. Veniva spesso in Italia, uno dei pochissimi paesi in cui non suonò mai, sulle tracce dei genitori (papà Pugliese di Puglia, mamma piemontese) e dello schiavo ribelle Spartaco, che lui pronunciava Espartaco. Visitò più volte il Colosseo per ricordarsi di non stare mai dalla parte dei circenses. E doveva sentirsi un poco Espartaco quando a volte il regime peronista lo incarcerava, anche se solo per brevi periodi, vista la sua popolarità. In questi casi, si racconta che quando il Maestro era costretto a subire il carcere a causa delle sue idee politiche, la sera del concerto, mentre l’orchestra suonava, il pianoforte rimaneva vuoto e silenzioso con un garofano rosso adagiato sulla tastiera. Più tardi il bandoneonista Carel Kraayenhof, uno dei suoi migliori discepoli, dedicherà a lui il tango “Clavel rojo”, Garofano rosso.


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